Ci sono eroi, protagonisti di saghe, che rimangono immutati con il passare degli anni, altri che invecchiano insieme con noi. Harry Bosch è uno di questi, lo abbiamo visto detective nel pieno della maturità e poi avviarsi alla pensione, far crescere una figlia che studia, si laurea ed entra nella polizia pure lei, andare in pensione, tornare prima a lavorare in un distretto minore della polizia di Los Angeles, poi, come in questo ultimo romanzo di Michael Connelly, “La stella del deserto” (editore Piemme, traduzione di Alfredo Colitto), come volontario in una unità del Los Angeles Police Department che si occupa di casi irrisolti, voluta dal consigliere comunale Jake Pearlman, la cui sorella è stata violentata e uccisa molti anni prima senza che se ne fosse trovato il colpevole.
A capo dell’unità è Renée Ballard, detective che, dopo essere stata sul punto di lasciare il Lapd e di mettersi in società con Bosch in un’agenzia di investigazioni, è rientrata nella polizia di Los Angeles. La sua unità è composta di poliziotti in pensione, civili e un procuratore pure pensionato. Bosch accetta con la promessa di poter indagare anche sul caso freddo della famiglia Gallagher, quattro persone sterminate otto anni prima e ritrovate sepolte nel deserto un anno dopo. Un caso che non può accettare di lasciare irrisolto perché nonostante il passare degli anni lo brucia la fiamma di sempre, l’ossessione di rendere giustizia alle vittime, di non trascurare nessuno perché “o contano tutti o non conta nessuno”.
L’intreccio ruota intorno ai due casi, lo sterminio della famiglia Gallagher e l’omicidio della sorella di Pearlman. Le vicende sono narrate da Connelly con la consueta maestria, un ritmo incalzante e una ricchezza di dettagli concreti nelle procedure investigative e nel funzionamento della macchina giudiziaria che solo un ex poliziotto oppure, come nel caso dell’autore, un ex cronista di nera, sono in grado di riprodurre. Quella di Connelly non è letteratura di evasione ma di inclusione. 
Narrazione veloce, azione, dialoghi asciutti, suspense e svolte investigative impreviste (ma non irrealistiche) si accompagnano a una pacata malinconia: Bosch è davvero invecchiato come noi con lui – è sui settanta anni – almeno tre volte nel corso del romanzo qualcuno lo apostrofa come “vecchio” – soffre di malattie e le giovani donne che gli sono a fianco, la figlia Maddie e Renée Ballard, tendono a essere protettive nei suoi confronti, per quanto l’anziano detective conservi ancora tutta la sua energia e sia anche in questo romanzo il vero protagonista, il motore della macchina investigativa. È comunque probabile che, se Connelly darà seguito alla saga, Maddie e Renée siano destinate a succedergli, in quel loro mondo fantastico in cui possiamo vedere nitida l’immagine del nostro.
